#TALESOFAFRICA: LA STORIA DI HAREGEWEYNI


Haregeweyni è una ragazza etiope di 27 anni. Ha provato a migrare clandestinamente in Arabia Saudita sperando in un futuro prosepro ma è dovuta tornare a casa, povera e malata. I suoi sogni sono stati infranti. Ora ha trovato nuove speranze in un progetto di autoimprenditorialità promosso dal VIS

Mi chiamo Haregeweyni e ho 27 anni. Sono la prima di sei figli, ho un fratello e quattro sorelle. Sono nata a Zalambesa una piccola città nel nord dell'Etiopia, al confine tra Eritrea ed Etiopia, nella regione del Tigray.

I miei genitori erano dei bravi commercianti ma si sono dovuti trasferire ad Adigrat a causa della guerra tra Etiopia ed Eritrea. Infatti il commercio a Zalambesa avveniva soprattutto al confine, e naturalmente il conflitto ha danneggiato totalmente l’economia locale.

Come conseguenza molti commercianti tra cui i miei genitori hanno perso la loro fonte di guadagno e tuttora i miei genitori non hanno un reddito e vivono grazie al contributo di noi figli, oltre a essere stati assistiti e supportati dai programmi di emergenza alimentare del Governo.

Le condizioni di vita della mia famiglia, come risultato dell’impossibilità di avere un supporto economico, sono peggiorate poco a poco al punto da diventare insostenibili. Inoltre la zona dove viviamo è stata colpita dalla siccità nel 2008, di conseguenza la situazione si è deteriorata ulteriormente a casa della scarsità di cibo.

Io pensavo giornalmente a come trovare un modo per supportare la mia famiglia, per raggiungere l’autosufficienza alimentare e per migliorarne le condizioni di vita, e dopo la scuola ho conseguito un diploma in costruzioni presso il Machew Technical College. In seguito ho provato a candidarmi per differenti posizioni in diverse società ma non sono riuscita a trovare nessuna opportunità di lavoro. Non poter neanche usare la mia professione per aiutare i miei genitori e la mia famiglia mi ha portato un grande dispiacere, così ho iniziato a pensare di emigrare irregolarmente in Arabia Saudita, come fanno tanti giovani della mia terra.

LA SPERANZA DI UN FUTURO MIGLIORE IN ARABIA SAUDITA

Una mia amica che si trovava in una situazione simile alla mia aveva un fratello che viveva ad Addis Abeba che collaborava come intermediario con gli smugglers (trafficanti). Attraverso lui ci siamo informate su come fare per andare insieme in Arabia Saudita. Piuttosto che sconsigliarci, nonostante fosse la stessa sorella a voler emigrare in questo modo, il fratello della mia amica ci ha invece confermato che era possibile e ha promesso che avrebbe fatto tutto quello che era nelle sue possibilità per aiutarci e ci ha invitato ad Addis Abeba per darci più dettagli e per metterci in contatto con i trafficanti di sua conoscenza. Abbiamo quindi preparato tutto e ricevuto un prestito da parte di familiari e parenti. Così è iniziato il nostro viaggio.

Una volta giunte ad Addis Abeba siamo state accolte dal fratello della mia amica che ci ha dato tutti i consigli e le informazioni necessarie riguardanti il viaggio, promettendoci che sarebbe andato tutto bene e che lui sarebbe rimasto in contatto con i trafficanti per tutta la durata del tragitto. Il giorno seguente ci ha presentato a un altro intermediario dei trafficanti, il quale ci ha immediatamente registrate come migranti verso l'Arabia Saudita e ci ha fatto partire per Jijiga, la capitale della Somali Region in Etiopia.

Il giorno dopo essere arrivate a Jijiga abbiamo preso contatto con il primo trafficante che ha viaggiato con noi fino a una località dove siamo state prese in carico da un secondo trafficante, pagando l'importo richiesto di 5500 birr, equivalenti a circa 200 dollari.

LE DIFFICOLTÀ DEL VIAGGIO 

I trafficanti in Jijiga aspettavano i migranti con dei camion container e li mandavano con un altro agente fino alla seguente destinazione, dove venivano passati di mano a un altro collaboratore. I furgoni e camion trainavano dei container stipati con così tante persone che il caldo era veramente soffocante, non riuscivamo ad avere luce ed aria a sufficienza. Era terribile, il peggior viaggio della mia vita.

Dopo due settimane di viaggio in queste condizioni, percorrendo alcuni tratti anche a piedi nella sabbia del deserto di Gibuti, siamo arrivati a destinazione vicino alla costa, dove siamo stati “affidati” a un terzo trafficante. Abbiamo abbandonato i camion e iniziato a camminare per più di sei ore nel deserto di Gibuti per l'ultima volta, ma gli ostacoli e le prove da superare erano ancora molte. Ricordo quando durante questo tragitto a piedi abbiamo incontrato dei militari che hanno tentato di arrestarci e hanno iniziato a sparare sui migranti che scappavano.

Sono caduta io stessa durante la fuga e mi sono fatta male al braccio, un altro è stato ferito da una pallottola. Fortunatamente siamo riusciti a scappare dai militari e siamo giunti al porto di Gibuti dove il terzo trafficante che aveva viaggiato con noi ci ha passato al successivo gruppo di trafficanti, quelli che gestiscono il traffico di esseri umani in Yemen.

Tutti i trafficanti nei differenti posti sono in contatto fra loro e comunicano tra di loro, ma non comunicano mai faccia a faccia con nessun migrante in modo da nascondere le vere condizioni del viaggio.

Abbiamo attraversato il Mar Rosso viaggiando per 24 ore su una barca a motore e siamo arrivati in Yemen il giorno seguente. Lì è iniziato un altro momento molto difficile: poiché i trafficanti sono in contatto tra loro, sanno esattamente quando i gruppi di migranti stanno per giungere in Yemen li attendono sulla riva per poi dividerli e portarli in differenti accampamenti.

Una volta giunte al nostro campo ci hanno dato un po' di cibo e acqua, ma già il giorno dopo ci hanno intimato di pagare 800 Saudi Real, equivalenti a circa 250 dollari, obbligando chi non fosse stato in grado di raccogliere il denaro a chiamare qualcuno per trasferire i soldi sul loro conto, e minacciando di ucciderci in caso di mancato pagamento entro una certa scadenza.

Fortunatamente il fratello della mia amica che faceva da intermediario ci ha aiutato e ha provveduto a pagare i soldi ad Addis Abeba. Dopo aver passato una settimana terribile in Yemen sotto il controllo dei trafficanti in attesa che il denaro venisse trasferito, siamo finalmente arrivate in Arabia Saudita.

Presto ho trovato un’opportunità di impiego e sono stata assunta da una famiglia di due anziani come domestica e badante, ma ho lavorato solo tre mesi perché non sono riuscita ad adattarmi al cibo, alle condizioni meteorologiche e alla cultura Saudita. Inoltre ho iniziato ad avere problemi di salute e non sono riuscita a superare tutte queste difficoltà insieme, e d'altra parte le ambizioni e le speranze erano completamente differenti comparate con la situazione reale che mi sono trovata a vivere.

IL RIENTRO A CASA: I SOGNI INFRANTI E IL RILANCIO GRAZIE A UN PROGETTO DEL VIS

Ho lavorato solo tre mesi con delle condizioni di vita indegne, un salario molto basso rispetto alle aspettative e in totale mancanza di libertà: mi pento di essere emigrata illegalmente in Arabia Saudita con questo risultato così mortificante. Avevo deciso di provare altre opzioni ma non sapevo cosa fare, ho chiesto ai miei datori di lavoro di permettermi di lasciare la loro casa e trovare altri lavori ma non volevano lasciarmi andare e non mi hanno dato il permesso.

Alla fine sono stata obbligata a decidere di tornare a casa: non ho voluto sprecare tempo a raccogliere le mie cose e sono scappata senza soldi e mi sono consegnata alla polizia. Mi hanno arrestata e ho passato due settimane in prigione e questo non ha fatto altro che peggiorare le mie condizioni di salute. In seguito mi hanno deportata in Etiopia e al mio arrivo ad Addis Abeba sono stata accolta da mia zia, e grazie al suo aiuto ho fatto un check-up all'ospedale e mi hanno ricoverata per due settimane.

Dopodiché mia zia mi ha anche comprato dei vestiti nuovi e sono potuta tornare a casa in salute e ben vestita, ma senza un soldo. Una volta tornata ho provato di nuovo a cercare lavoro e per circa sei mesi ho raccolto dati per una organizzazione che conduceva indagini nelle zone rurali, ma una volta finito questo piccolo impiego non sono riuscita a trovare nient'altro.

Sono rimasta più di un anno senza lavoro, ma fortunatamente quest'anno ho avuto l’opportunità di essere selezionata tra i beneficiari del progetto[1] che il VIS sta realizzando nella zona est della regione del Tigray.

Grazie a questo progetto ho già avuto la possibilità di ricevere una formazione in micro-imprenditoria, per acquisire le competenze necessarie all’avviamento di una mia attività generatrice di reddito, e breve parteciperò alla formazione su gestione delle risorse idriche, agricoltura sostenibile e allevamento. Questo mi permetterà di avviare una mia piccola attività di allevamento di pollame: mi insegneranno a preparare adeguatamente gli spazi e riceverò come credito 40 esemplari di polli di 3 mesi da allevare. Certo dovrò restituire il 70% del valore del credito ricevuto ma almeno questo denaro potrà servire ad aiutare altre persone.

Ma soprattutto sono felice di avere finalmente la possibilità di impegnarmi in qualcosa di mio e di poter aiutare i miei genitori, ai quali devo tutto. Anche io spero di avere in futuro una famiglia e dei figli ai quali assicurare una vita dignitosa, e ai quali insegnare a non perdere mai la speranza.

 

[1] Il progetto “Sviluppo e Sostegno: azioni per la prevenzione alle migrazioni irregolari in Etiopia”,  co-finanziato dal Ministero dell'Interno e da Missioni Don Bosco e realizzato in collaborazione con il CISP, il Segretariato Cattolico di Adigrat e le scuole tecniche Salesiane di Mekele e Adwa. Un intervento della durata di 21 mesi orientato a contrastare il fenomeno della migrazione irregolare attraverso la formazione professionale e l'avviamento di attività generatrici di reddito per oltre 700 giovani, potenziali migranti e returnees (migranti di ritorno).

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