"Le stelle de Roma son le stesse der Ghana"

Un intenso dibattito, quello di venerdì 13 maggio, al Salone Internazionale del Libro di Torino.

Il fenomeno della migrazione irregolare, l’importanza di contrastare il traffico di esseri umani, l’Africa, quel mondo lontano e vicino allo stesso tempo. E ancora, le fiabe, i sogni, le speranze di uomini e donne. I pericoli e le insidie del deserto e del mare. Le alternative che possiamo, dobbiamo e vogliamo costruire.

La Sala Avorio di Lingotto era troppo piccola per contenere tutto questo. I 45 minuti a nostra disposizione troppo pochi.

Così, Padre Silvio Roggia ha continuato a riflettere anche dopo l’evento, complici un viaggio in treno tra gli incantevoli paesaggi piemontesi e una casella mail per fare ordine tra i pensieri.  

QUELL’IMMAGINARIO DIFFICILE DA CAMBIARE

Quel tranquillo vagone del treno è una novità per Don Silvio, abituato ai caotici trotrò ghanesi. Dopo quasi vent’anni in Africa “non so bene se sono un migrante italiano che torna o un africano che arriva, visto che l’ottobre scorso avevo raggiunto la maggiore età in West Africa, dove ero approdato il 10 ottobre 1997”, scrive. “Ma forse il bello è proprio nell’appartenere ad entrambe”.

Guarda fuori dal finestrino e, intanto, fa i conti con la realtà: “cambiare l’immaginario collettivo non è facile e richiede tempi lunghi”. La sua missione (e la missione di Stop Tratta) parte proprio da questa consapevolezza. Obiettivo è quello di “aiutare a conoscere la realtà per quello che è, per non mettersi ingenuamente in mano a mediatori che promettono la terra promessa e ti derubano di tutto, abbandonandoti nel centro del deserto”.

"SIAMO PARTE DI UNA MIGRAZIONE UNIVERSALE"

Ricorda poi che tutti noi “siamo parte di una migrazione universale, che tutti in un modo o nell’altro devono fare, piaccia o non piaccia, migrando almeno da un modo di vedere le cose a un altro, perché la storia sta cambiando il volto e le cellule della nostra società, e lo fa senza chiederci il permesso. Non si ferma il vento con le mani: per via della guerra o della povertà la casa europea appartiene ora anche a tanti altri, e non credo la storia abbia previsto la retromarcia per questo tipo di esodo.

“Ogni migrante su questo pianeta, non importa se non s’è mai mosso dal 45° parallelo dove si trova Torino o se stanotte lascerà il Ghana, illudendosi ancora di trovare all’estero l’El Dorado, ogni migrante del pianeta terra è in realtà un pezzo di eternità con su scritto lavori in corso.”

Sentirsi a casa è importante per vivere. In inglese si dice che happiness is belonging: la felicità sta nell’appartenere, nell’essere a casa con altri”.

E come ci si può sentire a casa dove non c'è cibo, non c'è lavoro, non c'è futuro.

Eppure, a proposito di casa e migranti, sentiamo dire solo: “casa nostra”, “casa loro”, “tornatevene a casa”. Non c’è appartenenza, non c’è felicità, non c’è sentirsi a casa in queste parole. C’è solo paura, disprezzo ed esclusione.

Forse è proprio per questo che Don Silvio, alla fine della sua email, ha aggiunto un post scrtiptum. E lì sotto, in poche parole, scritte scherzosamente in romanaccio e affidate alla sigla P.S., c’è la più grande verità, che va oltre i deserti, gli oceani e i pregiudizi della gente: “le stelle de Roma son le stesse der Ghana”. E del mondo intero.

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