Ripensare lo sviluppo per dare valore alla vita

"Questo è uno dei quei giorni in cui mi faccio tante domande: sul senso della vita, sulla giustizia, sul ruolo di ciascuno di noi sulla terra.

I volontari e gli operatori VIS alloggiano in un bell'appartamento a Keur Damel, a Dakar. Mi piace molto chiacchierare con le persone del quartiere, fare la loro conoscenza. Qui la vita è molto diversa da quella a cui siamo abituati in Occidente. Nonostante Dakar sia una delle città africane più occidentalizzate che io conosca, mi colpisce sempre il fatto che ancora oggi, nonostante la perdita di molti valori che sono alla radice dell'essere umano in Africa, la gente si saluti ancora per strada, pur senza conoscersi. E così, da un saluto a l'altro, si trova anche il tempo di spendere due parole. 

Nella foto, accanto a me, ci sono due fratelli originari di Kaffrine, una città nel sud del Senegal, sulla strada per Tambacounda. Dao è il fratello maggiore e Malik il minore. Non parlo Wolof, la lingua nazionale del Senegal, ma in un modo o nell'altro riusciamo a capirci, anche grazie all'aiuto di qualche ragazzo gentile del quartiere. 
 
Oggi i due fratelli hanno condiviso con me parte della loro storia, e io desidero a mia volta condividerla con tutti voi. Potrebbe sembrare la solita storia di povertà di un nero, e lo è. Potrebbe sembrare il solito breve momento di umanità del turista bianco, ma non lo è. La storia di questi due fratelli è anche la mia storia, è purtroppo la storia, anzi, il quotidiano di tantissimi giovani africani. Una storia di migrazione, seppur interna, nella speranza di cambiare vita, "per dare da mangiare alla mia famiglia" dice Dao. "Perché a Kaffrine non c'è nulla, i miei genitori non hanno niente, la terra non produce più". 
 
Malik non studia perché non se lo possono permettere, fa il guardiano nel nostro palazzo ed è sempre molto gentile e disponibile, da' una mano, senza alcuna pretesa. Il lavoro era di suo fratello maggiore; glielo ha lasciato un anno fa per provare a studiare. Durante le vacanze viene a stare con suo fratello nella speranza di trovare qualcosa. Mangiano solo grazie alla bontà dei vicini. E, nonostante nella loro vita non ci sia quasi nulla di felice, è toccante vedere come abbiano sempre il sorriso!
 
Di fronte a questa storia comune, mi viene da chiedermi cos' è lo sviluppo: non potrebbe essere la possibilità garantita a tutti di fare quello che si vorrebbe fare, senza che venga suggerito o imposto da qualcun'altro? Non è possibile proporre un modello di cambiamento che sia solo l'evolversi di qualcosa di già esistente e non un copiare modelli altrui?  
 
Anche se costruiamo una scuola con buoni corsi, Malik non ci andrà mai perché non se lo può permettere o comunque non corrisponde al suo volere.
Questi due ragazzi ci insegnano che alla fine ci vuole ben poco per essere felici. Purtroppo il mondo così com'è ci impone tante cose, facendole sembrare necessarie. 
 
Serve una riflessione profonda, umile e priva di ogni pregiudizio o pretesa, per ripensare lo sviluppo. In questi tempi dove lo straniero viene identificato come un problema, attraverso il qualificativo di clandestino, credo che le ONG abbiano un ruolo che vada oltre alla sola progettazione e realizzazione di progetti. Devono essere strumenti di rottura con il falso, il passato triste e il presente ingrato
 
Vorrei invitare le tante persone che ogni giorno si impegnano a servizio dell'altro, quell'altro che è semplicemente me stesso; lasciare da parte la falsa esigenza del politically correct, tirare fuori la testa da quella sabbia in cui è rimasta troppo a lungo, per affrontare la realtà, per ridare valore alla vita, all'essere umano
 
Nessuno lascia la propria terra, famiglia, storia, con gioia, che lo faccia regolarmente o meno."
 
Michel Metanmo
Operatore VIS in Senegal

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